Forme e figure dell’immaginario | XXXII Biennale di Alatri

Forme e figure dell’immaginario
Alatri – Chiostro di San Francesco
6 giugno – 6 settembre 2015
Giovanni Albanese, Iginio De Luca, Emanuela Fiorelli, Licia Galizia, Carlo Pizzichini, Paolo Radi
inaugurazione: sabato 6 giugno 2015 ore 17,30
direzione artistica Luigi Fiorletta
a cura di Loredana Rea

Sabato 6 giugno alle ore 17,30 presso il Chiostro di San Francesco di Alatri apre al pubblico la XXXII Biennale di Alatri.
Forme e figure dell’immaginario, con la direzione artistica di Luigi Fiorletta e la curatela di Loredana Rea.
Questa nuova edizione, promossa dal Comune di Alatri, propone un’accurata selezione di opere di sei artisti italiani Giovanni Albanese, Iginio De Luca, Emanuela Fiorelli, Licia Galizia, Carlo Pizzichini, Paolo Radi a costruire un multiforme percorso tra la pluralità dei linguaggi visivi dell’arte contemporanea. Artisti differenti per formazione ed esiti formali che, pur spaziando dalla pittura alla scultura, alla fotografia al video affondano le proprie ragioni in un terreno comune: la necessità di cercare un equilibrio tra dimensione immaginativa e realtà, per suggerire altre possibilità interpretative del tempo presente.
Non è quindi una compagine compatta, piuttosto una proposta eterogenea e mai scontata, che proprio nella molteplicità delle scelte operative affonda le sue motivazioni.
Giovanni Albanese, che con originalità e raffinatezza si muove tra arti visive e cinema, presenta una serie di lavori recenti dominati da una volontà di paradosso e da un’irriverenza ironica. Installazioni sofisticate e di grande suggestione che giocano con grande intelligenza con i doppi sensi e la fantasia.
Iginio de Luca propone grandi immagini fotografiche e un video, che offrono al pubblico una realtà inquietante nella sua ordinarietà percettiva. Falsa e vera contemporaneamente, sospesa nel tempo eppure flagrante della quotidianità.
Emanuela Fiorelli ha scelto per questa esposizione una serie di lavori in cui il filo, inteso come segno leggero ma dinamico, crea una sorta di tessitura ambientale, che tra introflessioni ed estroflessioni materializza la tensione tra spazi interni ed esterni.
Licia Galizia offre al pubblico le sue riflessioni sullo spazio: intense investigazioni-sollecitazioni che si pongono l’obiettivo di lasciare emergere le tensioni che attraversano l’ambiente mutevole in cui si trova ad intervenire, per renderlo infine altro da sè.
Per Carlo Pizzichini la pittura è strumento privilegiato di indagine della realtà e al tempo stesso possibilità di restituirla poi filtrata attraverso una dimensione immaginifica potente e multiforme. Accanto alle tele di grandi dimensioni presenta un’installazione in cui i segni cromatici prendono corpo in oggetti di ceramica.
Paolo Radi ha costruito la sua ricerca sul rapporto tra spazio e forma, scultura e pittura. Le opere per questa XXXII Biennale, indagano un concetto di spazio costantemente variabile e gli effetti che esso ha sulla forma, che non può essere più definita ma che inevitabilmente appare dinamica, sempre pronta a trasformarsi in altro.
Lavori diversi dunque scelti per comporre un dialettico confronto tra personalità nettamente differenti eppure legate dalla necessità di una sperimentazione creativa potente ed originale.


CARLO PIZZICHINI | La grafia imperfetta della fragilità quotidiana

Una scrittura corsiva e veloce, stesa con l’urgenza di chi rincorre l’emozione di un momento per braccare il senso profondo dell’esistenza, struttura la ricerca pittorica di Carlo Pizzichini, giocata tutta sulla ritmicità di un segno che in un istante si fa materia, superficie e spazio.
Il segno è esile e tenace, trasuda energia e urla silenzio, a custodire la memoria del farsi delle cose, la loro originaria armonia, e anche la frenesia di un tempo che non conosce soste nel suo proiettarsi nell’effimera eternità del presente. La materia è sostanza cromatica fluida, vibrante di sensualità e tenerezza, che a tratti si fa quasi impalpabile, fino a rarefarsi in una stesura capace di catturare la luce e restituirla poi in baluginii improvvisi. La superficie e lo spazio infine dialogano tra loro in maniera serrata. Suggeriscono la possibilità di andare oltre la fragilità del quotidiano, per avventurarsi nell’incommensurabilità di una dimensione in cui finito e infinito si rispecchiano l’uno nell’alto.
Il risultato è sempre il raggiungimento di un equilibrio complesso, in cui l’assenza di materia e i punti di maggiore intensità cromatica trovano una naturale armonia nell’elementarità della tessitura segnica, in quella grafia imperfetta che permea di sé la pittura e si impagina con una regolarità mai ordinaria, trasformando l’opera – come diceva Barthes a proposito di Cy Twombly – in avvenimento scritto.
Quella elaborata da Pizzichini è, infatti, una scrittura, illeggibile nel senso tradizionale ma capace di coniugare la spontaneità del gesto e la sua sedimentazione, secondo una naturale attitudine a decantare l’azione in un processo di strutturazione formale, che restituisce il senso di una liricità pervasiva e permette di misurarsi con le contraddizioni della condizione umana, per provare a comprenderne l’articolazione e superare la precarietà che la pervade.

Loredana Rea

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